Ralph Minichiello

PROGETTO IN SVILUPPO

Nel 1963, Raffaele Minichiello da Melito Irpino emigra, insieme alla sua famiglia, negli Stati Uniti. Raffaele è un ragazzino analfabeta che parla solo dialetto e non riesce a integrarsi. Ha solo una strada davanti a lui. La divisa da Marine ed il Vietnam. Resta in trincea per tredici mesi e viene decorato con una medaglia al valore. Tornato negli Stati Uniti, scopre però il rancore della popolazione nei confronti dei veterani. Sopporta finché può, poi lo Stato gli nega il pagamento di200 dollari arretrati e di essere trasferito in Italia. Viene anzi colpito da insulti razzisti e trattato come un accattone. Raffaele decide di vendicarsi dei torti subiti. Una notte sfonda la porta dello spaccio della caserma per un “risarcimento” di cibo e alcol. Un’intemperanza che gli costerà la Corte Marziale. Ma Raffaele decide che non vuole essere processato: vuole tornare a casa. Compra un biglietto per New York e si presenta in aeroporto. Ha con sé delle armi che, evitando i controlli, riesce ad introdurre da un ingresso secondario con il “lasciapassare” dei baci e delle carezze delle ragazze in servizio. Quando mancano15 minuti al decollo, tira fuori il fucile, fa scendere anziani, bambini e donne e prende in ostaggio il pilota e due hostess, Charlene Del Monico e Tracey Coleman: entrambe soggiogate dal suo fascino. E così Raffaele “Ralph” Minichiello dà vita al primo e più lungo dirottamento aereo della storia. Vuole atterrare a Roma. Nessuno protesta, tutti obbediscono in un’allegra atmosfera di gita fuoriporta. Il dirottatore spiega che, una volta arrivati a Fiumicino userà come scudo umano un importante funzionario di Polizia. Il vice questore Pietro Gulì, con le mani alzate e senza giacca, sale la scaletta e obbedisce agli ordini. I saluti affettuosi con gli ostaggi e poi ecco Minichiello e Gulì a bordo di una Giulietta con una nuova destinazione: «Napule». Mentre percorrono l’Ardeatina, Raffaele ordina al vicequestore di fermarsi, poi scende e scompare nella campagna di corsa. Le sue foto e la sua storia finiscono sulle prime pagine dei giornali internazionali, un prete – nella chiesetta del Divino amore – lo riconosce. Minichiello cede all’arresto senza opporre resistenza e, circondato da giornalisti e telecamere, sentenzia un italianissimo “n’agg fatt nient”. Invece viene processato per traffico di armi internazionale. Intanto, il suo gesto viene interpretato come un atto di contestazione alla guerra del Vietnam e Raffaele diventa suo malgrado un simbolo. Rinviato a giudizio il 6 aprile 1970, viene condannato a sette anni di reclusione; nonostante gli innumerevoli sforzi degli USA per riaverlo, l’estradizione non viene mai concessa. Esce per buona condotta dopo aver scontato solo un anno e mezzo. Scarcerato, trova la Fede e oggi è un cittadino libero che ha ispirato a Sylvester Stallone, un suo personaggio iconico: Rambo.

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